Rassegna concertistica internazionale - Terza edizione
Cento (Ferrara), 8 maggio - 6 giugno 2004

Programma 2004

 
I luoghi
La Basilica Collegiata di San Biagio

Le origini della chiesa di San Biagio sono ascrivibili all’XI secolo, quando l’oratorio preesistente venne ampliato e consacrato. Meno di un secolo dopo la chiesa ebbe il suo campanile e, a partire dal 1390, ottenuto il fonte battesimale, fu di nuovo ampliata e ristrutturata secondo forme tardo-gotiche. All’inizio del Quattrocento la chiesa si presentava ad unica navata con abside poligonale. Nuovi lavori vennero eseguiti nel 1566: si edificò, per permettere l’officiatura di nuovi riti, una nuova navata accanto alla principale. Da questo momento la chiesa crebbe rapidamente d’importanza nella comunità centese ottenendo prima dal cardinal Paleotti, arcivescovo di Bologna, il titolo di ‘collegiata’ e ‘plebana’ poi, da papa Clemente VIII, di ‘insigne’. L’intervento senz’altro più rilevante per consistenza, mezzi e artisti impegnati è quello che vede la riedificazione integrale della chiesa tra il 1730 e il 1745 sotto la supervisione dell’architetto bolognese Alfonso Torreggiani che trasformò l’antica struttura in un edificio imponente di matrice barocca. La larga aula settecentesca riuscì ad armonizzarsi con le navate seicentesche, che nel frattempo erano diventate tre, mostrando la grande attenzione rivolta dall’architetto per i valori spaziali interni. L’abside e la volta a crociera, sormontata da tiburio, si costituirono infatti in volumi puri ed emergenti. Pochi anni dopo, tra il 1760 e il 1762, l’architetto centese Cavalieri eresse il nuovo campanile non più adiacente il corpo della chiesa, come il precedente, ma come struttura autonoma, rivolta internamente verso la «via Grande», l’attuale via Matteotti, definendolo con eleganti profili che troneggiano e definiscono il percorso viario. Allo stesso Cavalieri sono da ricondurre anche il corridoio porticato all’ingresso laterale della chiesa e la ristrutturazione della piazzetta antistante la facciata che proprio in questi mesi sta assumendo un nuovo e più imponente aspetto predisponendosi ad ospitare una fontana e una grande scultura raffigurante San Michele che uccide il drago.

È sicuramente nella struttura interna che la chiesa, malgrado i vari rifacimenti subiti, si lega in modo evidente all’arte seicentesca bolognese: le imponenti colonne tra le navate creano, in accordo con quelle a ridosso delle pareti laterali, uno scenografico effetto di dinamismo completato dalle strutture portanti delle ancone degli altari e delle campate. Di grande suggestione è altresì il transetto, preceduto da due ampi vestiboli e decorato con raffinati stucchi. Nelle varie cappelle laterali sono collocate importanti opere d’arte: tra tutte ricordiamo il San Carlo Borromeo in preghiera e angeli di Guercino.

Nella conca absidale campeggia la grande tela realizzata da Antonio Rossi nel 1751 rappresentante la Madonna col Bambino in gloria e i Santi Biagio e Michele Arcangelo. Dono di papa Benedetto XIV, la pala è collocata all’interno di una preziosa cornice in stucco e colpisce l’occhio del fedele e del visitatore con i suoi colori brillanti e la sua luminosità riscoperti grazie al recente restauro.

La composizione dell’opera risulta complessa e per certi aspetti inconsueta e si può ritenere che ispiratore di tali scelte strutturali sia stato Girolamo Baruffaldi. La scena è ambientata in una dimensione celeste, dove angeli musicanti e putti circondano con leggerezza ed eleganza la Madonna, assisa sulle nubi, e il piccolo Gesù che le siede in braccio. Sulle destra, ad una altezza leggermente inferiore sta San Biagio cui corrisponde, in basso a sinistra, San Michele. Riverso sulla dura roccia che chiude il quadro, riportando ad una atmosfera terrena, è il demonio, trafitto dalla lancia dell’angelico guerriero. In lontananza la Rocca, simbolo della città di Cento.

La presenza nella tela di San Biagio è chiara e logica: egli infatti fu eletto in tempi antichi protettore della città. Il Santo nacque a Sebaste, in Armenia, intorno alla metà del III secolo d. C. Conoscitore raffinato di filosofia e medicina, fu eletto vescovo e per la sua ardente fede, scoppiata la persecuzione di Diocleziano, fu costretto a fuggire e rifugiarsi in una caverna sul monte Argeo. Dopo il suo ritorno a Sebaste, una nuova persecuzione lo spinse a cercare la fuga una seconda volta, ma venne catturato e incarcerato. Durante la sua prigionia compì guarigioni miracolose, la più famosa delle quali fu la liberazione della gola di un giovane fanciullo da una lisca di pesce che gli impediva il respiro. Fatto torturare con pettini e uncini di ferro che gli straziarono il corpo e rinchiuso in una corazza arroventata, non abiurò e venne infine decapitato nel 321.

Antonio Rossi rappresenta il santo nell’iconografia tradizionale che lo vede vestito in abiti vescovili. Punto focale di tutta la composizione, San Biagio si rivolge a Maria allargando le mani in atto di supplica, mostrando alla Vergine la città di Cento per cui intercede. Sotto di lui due angeli sorreggono il pettine di ferro, simbolo del suo martirio, e la mitra, emblema della sua missione di fede. In alcune immagini devozionali, accanto al santo compaiono due ceri incrociati, alludenti al miracolo della liberazione della gola del giovane dalla lisca di pesce. Talvolta, soprattutto a partire dal XV secolo, l’iconografia sostituisce il pettine del martirio con un grosso rastrello e affianca al vescovo diversi animali, ricordando la leggenda in cui Biagio ammansiva le belve feroci. Nella devozione popolare San Biagio è invocato come patrono dei cardatori e dei tessitori, ma soprattutto è considerato un santo taumaturgo, invocato come protettore dai mali e dalle malattie della gola.

La presenza nella tela dell’altro Santo, l’Arcangelo Michele, si spiega ricordando la vittoria insperata ottenuta dai centesi nel 1443 contro le truppe viscontee di Luigi dal Verme che avevano assediato la Rocca. Tale vittoria, conquistata proprio nel giorno di san Michele, venne ricondotta all’intervento del ‘guerriero di Dio’, che già dall’anno successivo, il 1444, venne eletto compatrono della città e festeggiato con un solenne palio. In quanto angelo del Signore, Michele spiega due grandi ali e indossa abiti militareschi; sulla testa ha un elmo e in mano tiene una lancia, in altre rappresentazioni sostituita o affiancata da una spada. A mezz’aria, con fermezza composta e forte determinazione, scaccia il demonio sospingendolo negli antri più profondi della terra. La sua figura è imponente ma elegante, avvolta e accarezzata da vesti leggere e svolazzanti e protetta da un più rigido corpetto soldatesco. Un’altra tradizionale iconografia dell’Arcangelo, soprattutto nelle scene di Giudizio universale, mostra San Michele con una bilancia in mano, intento a pesare le anime rappresentate come piccoli uomini nudi, per determinarne la salvezza o la condanna. Normalmente un piatto della bilancia pesa più dell’altro, ricadendo verso il basso per il peso dei peccati.

La chiesa di San Filippo Neri

Storia e devozione si uniscono così nella grande tela del Rossi, da cui la fede della città di Cento in Dio e nei suoi patroni emerge rinnovata nell’ardore e nella fiducia.

L’edificio religioso fu costruito nell’ultimo ventennio del Seicento per volontà della nobile famiglia Terzani-Cremona per permettere ai padri Filippini dell’Oratorio di officiare. Si tratta di uno dei migliori esempi di architettura barocca a Cento e si inserisce ‘a filo’ nella prospettiva viaria di corso Guercino in modo armonioso, arricchendo la via con la sua semplice ma curata facciata, attribuita a Pietro Alberto Cavalieri e risalente al 1760-1763. I lavori per l’edificazione del campanile, progettato dal centese Girolamo Guidicini, iniziarono nel 1689 e terminarono solo nel 1778.

L’interno ad unica navata, con due cappelle per lato, è caratterizzato da un apparato plastico esuberante tardo seicentesco che rimanda a esempi bolognesi e che ben s’inserisce in una struttura architettonica lineare e semplice. Applicate a una serie di membrature sono alcune decorazioni in forme araldiche di grande raffinatezza. Di notevole rilievo nella zona presbiteriale è l’ancona in marmo, realizzata dal marmorario veneto Caner nel 1753-54 su disegno dello scenografo e architetto bolognese Ferdinando Bibiena: essa presenta ed è impreziosita da volute, trabeazioni mistilinee e fasci di lesene. A fianco dell’ancona sono due statue lignee raffiguranti le Virtù del Santo, scolpite dai fratelli Nicolò e Ottaviano Toselli nel XVIII secolo, caratterizzate da una corporeità slanciata e raffinata, in cui i visi rivolti verso il cielo si delineano nella loro precisione e delicatezza. Il panneggio, potente nei forti chiaro-scuri ma elegante nella compostezza dell’insieme, avvolge le figure dall’aspetto fiero. Campeggia al centro dell’ancona la grande tela rappresentante San Filippo Neri dipinta dal centese Giuseppe Maria Ficatelli, pittore formatosi a Bologna alla bottega di Guercino ormai ereditata da Cesare e Benedetto Gennari. La tela, concepita per il presbiterio originario della chiesa, venne adattata alla nuova ancona bibionesca dal figlio di Ficatelli, Stefano, educato all’arte dal padre, che sembra avervi aggiunto, nella parte superiore, un angelo che dall’alto assiste all’apparizione mistica della Madonna con in braccio il Bambino a San Filippo. Figlio di un giurista fiorentino, Filippo era nato nel 1515 e aveva studiato presso il convento di San Marco a Firenze. Trasferitosi prima a Montecassino e poi a Roma, si interessò di teologia e prese i voti dedicandosi alla cura dei malati e degli emarginati. Il suo ricordo è legato soprattutto alla fondazione, nel 1548, della confraternita della Trinità e degli Oratoriani che si prefiggevano di soccorrere i bisognosi. A lui è da ricondurre anche la tradizionale visita alle ‘sette chiese’ che si svolge la sera del giovedì santo. Visse fino al 1595. Viene rappresentato dal Ficatelli secondo schemi iconografici non distanti dalla tradizione: egli compare infatti per lo più inginocchiato o in piedi in preghiera, nel momento della visione mistica della Madonna con il Bambino, come è nella pala qui considerata. Indossa normalmente la pianeta e talvolta ai suoi piedi è raffigurato il giglio, simbolo di purezza, che nella tela centese è invece tenuto in mano da un angelo che osserva la scena dall’alto a destra. In alcuni dipinti San Filippo è mostrato mentre ha una visione durante la celebrazione della messa oppure nell’attimo in cui si abbandona in estasi e viene sorretto da angeli celesti. In altre raffigurazioni è ritratto accanto a San Carlo Borromeo, del quale fu amico e consigliere.

Il Santuario della B. V. della Rocca

Il Santuario della B. V. della Rocca è situato all’estremità sud della città, all’inizio di corso Guercino, vicino alla quattrocentesca fortezza della Rocca. La costruzione dell’edificio originale (Chiesa dello Spirito Santo) e dell’attiguo convento risale al 1609. Da questa data, i Canonici Regolari Lateranensi di San Salvatore in Bologna vi si stabilirono e vi officiarono le proprie funzioni religiose con alterne vicende fino al 1796, anno in cui, a causa della locale estinzione dei religiosi, gli ambienti conventuali furono adibiti a caserma militare. Nel 1819 si decise di fondere per il campanile delle nuove campane, che, insieme al restauro avvenuto nel 1844, diedero alla chiesa una nuova veste. Nel 1857, i Padri Cappuccini, che dal 1805 erano stati allontanati dal convento della SS. Trinità, nella zona dell’attuale Cimitero, trovarono una sede definitiva alla loro comunità proprio nella Chiesa dello Spirito Santo e in una parte dell’attiguo convento, recuperata alle sue originarie funzioni. L’anno seguente, i Francescani fecero costruire dietro l’abside un nuovo coro e ampliarono la lunghezza della chiesa inglobandovi anche l’atrio d’accesso. Ulteriori lavori di abbellimento e rifacimento si ebbero nel 1870 con la riedificazione del campanile in base al progetto del francescano Angelo da Ferrara, mentre Fra Donato da San Giovanni in Persiceto coordinò, a partire dal 1884, i lavori di demolizione e ricostruzione dell’edificio religioso, diretti dal bolognese Brighenti che impose nuove decorazioni e un elegante altare maggiore.

Esternamente l’edificio si mostra oggi nella semplicità ben equilibrata e ariosa di una facciata monocuspidata con un grande arco serliano poggiante su pilastri doppi così da delineare lo spazio di un vestibolo solido e imponente. Più snello è l’interno, ad unica navata con quattro cappelle laterali e volta a crociera, caratterizzato da una naturale penombra. Le decorazioni, a tratti un po’ pesanti, si inseriscono in modo abbastanza armonico con la struttura architettonica di stampo corinzio.

Meritano menzione per la qualità artistica che li caratterizza una tela con La discesa dello Spirito Santo, opera del piacentino Sidoli, collocata nella chiesa nel 1891, oggi nella prima cappella a destra all’interno di una nicchia della fine del XIX secolo e i diciotto ovati, uniti da festoni in stucco, con la effigie di santi e beati dell’Ordine cappuccino risalenti all’ultimo quarto del XIX secolo. Assai interessante è anche la tela che sovrasta la porta di ingresso raffigurante Le stigmate di San Francesco, dai caratteri apertamente guercineschi.

In alto, al centro dell’abside, all’interno di una nicchia di stucco modellato e legno scolpito e dipinto, è posta l’immagine della Beata Vergine della Rocca. Tale immagine, inserita in una cornice sorretta da cinque angeli, è un affresco: essa fu infatti dipinta in origine sulla parete di una stanza della vicina fortezza, edificata nel 1378 per ospitare il Corpo di Guardia territoriale.

Il dipinto mostra un impianto compositivo goticheggiante, pur evidenziando una sensibilità tipicamente quattrocentesca nel gusto per il particolare. La Madonna, vestita secondo l’iconografia più tradizionale in rosso e blu, tiene in braccio il Bambino che con la mano destra le stringe un lembo del velo che le copre la testa. Entrambi i personaggi guardano di fronte a sé, accennando un sorriso. Sulle origini di questo dipinto si è molto discusso e le fonti letterarie in nostro possesso sono spesso discordi. Secondo alcuni storici l’immagine sarebbe stata realizzata intorno al 1460 da un soldato polacco sull’esempio della miracolosa Madonna di Czestochowa. Secondo altri si tratterrebbe di un dipinto del 1597, opera del marchese Basso, incaricato di dirigere il corpo militare, compiuto in memoria di un miracolo accaduto presso la città di Nola, nel napoletano.

Molti dubbi sono sorti in passato anche sulla veridicità del sangue che sembra sgorgare dal naso della Vergine: la tradizione vuole che esso sia scaturito miracolosamente in seguito ai colpi inflitti con una freccia contro la Madonna da un soldato in un momento di grande ira.

Al di là di queste considerazioni, è fatto certo che intorno al Settecento a Cento si era consolidata la devozione per la Madonna della Rocca per la cui intercessione Cento aveva ricevuto molte grazie. Si decise così di trasformare in cappella la stanza della Rocca in cui si trovava l’affresco. Nel 1721, in questo luogo, papa Innocenzo XIII permise di officiare la messa e concesse l’indulgenza plenaria a coloro che la visitassero nel giorno dell’Assunta.

Nel 1804 la fortezza venne trasformata in carcere e si decise di trasferire l’immagine nella vicina chiesa dello Spirito Santo che modificò così la sua intitolazione divenendo Santuario della B. V. della Rocca.

La chiesa dei SS. Rocco e Sebastiano

Prospiciente via Donati, la Chiesa dei SS. Rocco e Sebastiano si inserì, nel Seicento, nel tessuto urbano in quella maniera così armoniosa e studiata che è propria delle costruzioni religiose sorte a Cento in epoca barocca: all’architetto che l’ha progettata – non ci è dato conoscerne il nome, ma stilisticamente va sicuramente collocato in ambito bolognese tardo manierista e seicentesco – va riconosciuta la capacità di aver disposto la facciata porticata nella sequenza dei portici che caratterizzano ancora oggi l’impianto viario centese, in una continuità strutturale che ha illustri esempi nella vicina Bologna. La chiesa sorge dove, dal 1552, aveva la propria sede, costituita da chiesa e oratorio, la compagnia dei Santi Sebastiano e Rocco. L’edificio religioso mantenne internamente il suo carattere cinquecentesco fino alla metà del Settecento, quando si decise di ampliarlo e abbellirlo, perché lì papa Benedetto XIV volle trasferire, dalla vicina chiesa di San Pietro, la cura d’anime. All’incarico di ristrutturazione provvide l’architetto centese Pietro Alberto Cavalieri negli anni 1764-1770. La più ampia aula settecentesca si divide tra navate e presbiterio ed era arricchita un tempo da importanti opere d’arte oggi in parte andate perdute.

Sull’altare maggiore, all’interno di una cornice in stucco, è oggi collocata una tela raffigurante Cristo in croce e, ai suoi piedi, la Madonna, San Giovanni e i Santi Rocco e Sebastiano, cui la chiesa è intitolata. Sull’attribuzione del dipinto si è molto discusso e si è oggi propensi a ritenere che ne sia autore Orazio Lamberti. L’esecuzione dell’opera sarebbe da collocare negli anni 1578-1580 in base a un contratto datato 26 giugno 1579 stilato tra il suddetto pittore e la confraternita dei Santi Rocco e Sebastiano.

La pala è impostata su una struttura simmetrica in cui lo spazio è scandito da andamenti lineari perpendicolari: il braccio lungo della croce funge da asse simmetrico, determinando il formarsi di due gruppi di personaggi – Maria e San Sebastiano a sinistra, San Giovanni e San Rocco a destra – mentre il braccio corto della croce apre una serie di corrispondenze orizzontali tra elementi – ad esempio le teste dei personaggi – che spingono continuamente la visione a spostarsi da sinistra a destra e viceversa, bilanciando gli equilibri compositivi. L’ambientazione paesaggistica è ridotta al minimo: due terzi della scena sono occupati da un cielo plumbeo e minaccioso, testimone della sofferenza e della morte di Cristo. All’orizzonte una stretta fascia luminosa, dai colori crepuscolari, anticipa la futura e prossima risurrezione e vittoria sulla morte. In primo piano si stagliano nude e spigolose rocce che sembrano spalancarsi ai piedi della croce per mostrare il teschio di Adamo, simbolo del peccato originale, che viene bagnato dal sangue del Redentore. Le figure, ritratte senza particolare forza espressiva, appaiono statuarie per la loro rigida staticità. Cristo è rappresentato secondo l’iconografia occidentale che da Giotto in poi si afferma in Italia superando l’esempio bizantino e orientale: il volto è reclinato su una spalla, gli occhi sono chiusi, l’espressione è sofferente. Maria, rivolta verso il Figlio, allarga le braccia ad accogliere la volontà di Dio, mentre San Giovanni, a mani giunte, manifesta la propria fede con la preghiera. Interessanti risultano le altre due figure di santi, affrontati l’uno all’altro.

San Sebastiano, secondo la Legenda Aurea, era originario di Norbona, nella Francia meridionale, ma ricevette la propria educazione soprattutto a Milano. Nominato capitano delle guardie del pretorio da Domiziano, che ne ignorava la fede cristiana, portò consolazione e conforto ai cristiani perseguitati e catturati. Scoperto il suo credo, l’imperatore lo fece arrestare e condannare a morte: Sebastiano fu legato ad un albero e trafitto da frecce. Considerato ormai morto venne abbandonato in quel luogo ma una romana di nome Irene, vedendolo ancora vivo, lo curò. Ritornato in forze ritornò dall’imperatore e rinnovò la sua fede e fu allora ucciso a bastonate e gettato nella Cloaca Massima. Nell’iconografia più antica, risalente all’alto Medioevo, il santo viene rappresentato come un uomo in età avanzata, con una lunga barba e la corona del martirio. In epoca rinascimentale, quando il nudo maschile diviene pretesto per rappresentazioni virtuosistiche di anatomia, si afferma l’uso di mostrare Sebastiano come un giovane semisvestito, nel momento del supplizio inflittogli con le frecce, legato a un albero o ad una colonna. In questa pala il santo è seduto sulle rocce ai piedi della croce, indossa una veste giallo ocra e mostra i segni del martirio. Di fronte a lui, in posizione speculare, è San Rocco. Una delle fonti più importanti per ricostruire la vita del santo, su cui in verità ancora poco si sa con certezza, è l’Acta Breviora, una biografia anonima scritta forse in Lombardia intorno al 1430. Secondo questo testo, San Rocco sarebbe nato a Montpellier, in Francia, nel 1236; rimasto orfano, indossò i panni del pellegrino e si diresse a Roma. Durante il viaggio maturò la decisione di assistere gli appestati e si spostò nel nord Italia guarendo e consolando gli ammalati. Colpito anch’egli dalla peste, si ritirò segretamente in solitudine lontano dalla gente. A provvedere al Santo fu un cane, che giornalmente lo visitava portandogli da mangiare. Per la sua fede, Dio lo guarì e Rocco decise di ritornare a Montpellier. Scambiato per una spia dai suoi concittadini che erano impegnati in una dura guerra, venne imprigionato e rimase in carcere per cinque anni prima di morire nel 1327. San Rocco, dalla carnagione scura perché esposto al sole e alle intemperie durante i suoi viaggi, viene rappresentato nella tela di Lamberti con i simboli del pellegrino, secondo la tradizionale iconografia: la bisaccia e il bastone. Sulla cappa che indossa è cucita una conchiglia, contrassegno dei viaggiatori per la fede. Accanto a lui è il fedele cane. Generalmente San Rocco è mostrato nell’atto di scoprirsi una gamba in cui è visibile la piaga del morbo che lo aveva colpito. Entrambi i santi, Rocco e Sebastiano, sono invocati come protettori contro la peste: il primo perché direttamente colpito e guarito dalla malattia, il secondo perché sopravvissuto alle frecce del martirio, frecce che, in base ad una credenza romana e pagana antica, rappresentavano i mali inflitti all’uomo da Apollo.

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